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Β1. Αρχαιότητα Β2. Ιστορικά γεγονότα Β3. Ελλάδα 1821 – 1864 Β4. Ελλάδα 1940 – 1950 Β5. Ελλάδα 1967 – 1974 Β6. Ιστορικά ταξίδια Β7. Ιστορίες της Αθήνας Β8. Νυχτ. ζωή / Ιστορ. καφενεία Β9. Ιστορία του αυτοκινήτου Β10. Καστελόριζο Β11. Κύπρος Β12. Θρακικός ΑντίκΤυπος Β13. Βυζάντιο – Μεσαίωνας

Γ. Επιστήμη / Κοινωνική Ζωή

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Δ. Ελληνισμός

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Τα λαλάκια (alaci) επιζούν ακόμα στους ελληνόφωνους της Κάτω Ιταλίας

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Gli “alàci”, i taralli della tradizione magnogreca

Pasquale Casile

A Gioiosa Jonica, Marina di Gioiosa Jonica, Caulonia e Roccella, nonché in altri comuni limitrofi a quelli menzionati, si conserva un’interessante prova della continuità gastronomica e linguistica della tradizione magnogreca, che nessuno studioso finora ha ritenuto di dover documentare, ad eccezione – ma solo marginalmente – del Rohlfs che, nel suo Dizionario dialettale della Calabria, sotto la voce “alàci”, offre la definizione alquanto vaga di “specie di frittura”, senza accludere alcuna spiegazione etimologica.

Gli “alàcia”, in effetti, sono sottili bastoncini di pasta fritta in forma di spirale irregolare; costituiscono a nostro avviso gli attuali eredi degli antichi taralli salati magnogreci, diffusi un tempo in tutto il Meridione d’Italia da Taranto in giù, celebri sin dall’antichità per la loro fragranza dorata e la genuina semplicità. Cinque sono gli ingredienti che ne compongono l’impasto: farina, lievito, acqua, olio e sale, i quali però sapientemente mescolati, danno vita a una bontà gastronomica che, come diremo a breve, ha da tempo superato i confini nazionali.

La Calabria tuttavia non ha l’esclusiva di questo eccellente prodotto millenario; infatti lo ritroviamo pure nei paesi ricadenti nel territorio del Mani, una delle aree geografiche linguisticamente più conservative della Grecia continentale, dove detti taralli assumono la doppia denominazione di “lalànghia” (λαλλάγκια) e “lalàkia” (λαλλάκια). Da quest’ultimo termine, ossia dalla voce “lalàkia”, noi deduciamo il vocabolo calabrogreco *lalàcia, forma neutra plurale del greco lalàki / lalàci, base etimologica su cui – a nostro avviso – si genererà l’odierno “alàci” presente nel dialetto reggino.

(nella foto: tiganìdes)

La conferma più autorevole di ciò, ci viene data dall’illustre linguista ellenico Giorgio Babiniotis: attraverso il suo monumentale Dizionario della lingua neogreca (ΛεξικότηςΝέας ΕλληνικήςΓλώσσας, Atene 2002, p. 987) apprendiamo infatti che in Grecia esistono anche i lemmi lalanghìta / lalanghìda (λαλαγγίτα / λαλαγγίδα) che designano i succitati taralli nella versione dolce, guarniti cioè ancora caldi con abbondante copertura di miele. Per il Babiniotis tutti questi nomi che abbiamo fin qui pazientemente elencato hanno come radice etimologica la forma deverbale lalànghi (λαλάγγη) nel significato di “fritto nell’olio”, vocabolo proveniente dal verbo di età arcaica lalagò (λαλαγώ).

Quindi, come abbiamo visto, numerosi sono i tratti culturali comuni alle due aree linguistiche e geografiche esaminate: il Mani e la Locride. Innanzitutto sia in Grecia che in Calabria le famiglie considerano i lalàkia e gli alàci un piatto tipico delle festività religiose, da preparare in casa soprattutto in ricorrenza del Natale e dell’Epifania, inoltre, in entrambi i territori, oggi più che mai, il prodotto viene sempre più rivalutato dai consumatori, sicché molti rinomati panifici e pasticcerie (nella versione dolce) cominciano a renderlo disponibile anche durante tutto l’anno.

La cosa più interessante comunque che ho potuto verificare, utilizzando la rete internet, è che nel mondo globale si trovano forni calabresi e greci pure all’estero, i quali, specie in Canada e negli Stati Uniti, propongono alàci lalàkia anche alla loro più esigente clientela americana, così come esistono molti appassionati di cucina che divulgano la ricetta in inglese, mantenendo viva l’originaria forma magnogreca, ossia quella dell’impasto a bastoncino ricurvo (v. foto in allegato); mentre da noi, in molti panifici della Locride, l’intreccio della pasta è ormai divenuto molto più simile a quello della nacàtola, il dolce fritto più in voga nel reggino, presente in numerosi paesi della Piana e addirittura nel Cosentino, ad Acri, dove è noto col nome di scalella.

 

Il cibo insomma fa parte della nostra comune identità storica e, in qualunque parte del mondo, pure un semplice tarallo ci può ricordare che siamo parte integrante della comunità ellenica internazionale.

 

Pasquale Casile