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Β1. Αρχαιότητα Β2. Ιστορικά γεγονότα Β3. Ελλάδα 1821 – 1864 Β4. Ελλάδα 1940 – 1950 Β5. Ελλάδα 1967 – 1974 Β6. Ιστορικά ταξίδια Β7. Ιστορίες της Αθήνας Β8. Νυχτ. ζωή / Ιστορ. καφενεία Β9. Ιστορία του αυτοκινήτου Β10. Καστελόριζο Β11. Κύπρος Β12. Θρακικός ΑντίκΤυπος Β13. Βυζάντιο – Μεσαίωνας

Γ. Επιστήμη / Κοινωνική Ζωή

Γ1. Εκπαίδευση Γ2. Ειδική Εκπαίδευση Γ3. Θετικές επιστήμες Γ4. Ιατρική Γ5. Οικονομία Γ6. Πολιτική Γ7. Θρησκεία Γ8. Λαογραφία Γ9. Θέματα νεολαίας Γ10. Αθλητισμός Γ11. Φύση Γ12. Καλειδοσκόπιο Γ13. Πολιτικός Λόγος Γ14. Φύση και Στοχασμός

Δ. Ελληνισμός

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La geometria segreta di Kavafis

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Κωνσταντίνος Καβάφης (1863 – 1933)
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La geometria segreta di Kavafis
di Paolo Di Paolo

Quando prova a descrivere Kavafis, Alfonso Gatto ne immagina prima di tutto i gesti, di uomo «stanco e voglioso d’essere più solo». E se una rilettura dei versi del grande poeta di Alessandria d’Egitto, morto giusto settantacinque anni fa, partisse proprio dalle mani? Quante volte vengono evocate, nominate? Nelle Poesie d’amore e della memoria, curate e tradotte da Paola Maria Minucci, tra le nostre maggiori esperte di letteratura neogreca (ha vinto nel 2007 il Premio Nazionale della Traduzione del Ministero dei Beni Culturali), ritroviamo tutta la sensualità potente che colpì i primi lettori italiani. E la ritroviamo come «risvegliata»: anche dal torpore della classica traduzione di Filippo Maria Pontani. Minucci restituisce ai versi una lingua moderna e piena di grazia: «Corpo, ricorda, e non solo quanto fosti amato». La studiosa mette in risalto la «geometria segreta» della poesia di Kavafis e presenta integralmente, per la prima volta in Italia, le due raccolte tematiche di Kavafis, Poesie 1905-1915 e Poesie 1916-18, «così come lo stesso poeta le aveva volute». Ne deriva l’opportunità di un attraversamento nuovo, in cui risaltano ritorni e ossessioni, luoghi del desiderio – e questa strana, magnetica «tattilità» della poesia. Colpisce la modernità del racconto, la dolcezza disinibita con cui Kavafis raduna le sensazioni di una memoria della pelle. Minucci ricorda come, leggendo Kavafis a metà degli anni ’50, Moravia si fosse trovato ad accostarlo a Kafka e Proust: «I sensi del poeta – scrisse Moravia – raggiungono un clima di assolutezza simile a quello degli stati mistici e visionari». Verrebbe da aggiungere che in quello stato quasi mistico – di tensione estrema, corporea e intellettuale – l’io poetico di Kavafis si sottopone a esercizi di «memoria volontaria»: non attende che i ricordi lo sorprendano, nello spazio di un gesto o di un attimo qualunque, ma quasi esige che gli si presentino alla mente: «E quanto più puoi, memoria, di questo mio amore / quanto più puoi, restituiscimi stasera». L’ossessione per le età, per le date è di chi chiede al calendario un appiglio impossibile: qualcosa che arresti il tempo, o che almeno ne porti un salvo quella porzione che ci sta a cuore. Non accade mai. È sempre più ciò che si perde, rispetto a ciò che resta. Allora la poesia di Kavafis diventa anche un doloroso corpo a corpo con il virus dell’oblio. «Dodici e mezza. Com’è passato il tempo. / Dodici e mezza. Come sono passati gli anni». Anche in due versi semplici come questi, nel confronto con le traduzioni precedenti, la resa italiana di Minucci sorprende per levità, per come risulta sempre la soluzione più immediata, comunicativa, assecondando la lingua di oggi. Come si vede per esempio nel testo Il sole del pomeriggio, moderno al punto da sembrare scritto ieri. Qui Kavafis interpreta la sua geografia emotiva, fatta di spazi spesso anonimi, inondati dalla luce estiva – e ne ridisegna i confini, posizionando mobili e oggetti smarriti («Poveri oggetti, ci saranno ancora da qualche parte»), ricostruendo mentalmente la pienezza dei minuti d’amore. Come suona più nostro il verso «Ah questa camera, come la conosco bene», di quanto non faccia nella resa di Pontani («Oh, quanto è familiare, questa camera!»). Come nella poesia di Gatto, riattraversando Kavafis commuove «l’intensa tenerezza di cui visse», tutta concentrata sule mani che fanno ordine sul tavolo. Sono mani che vogliono ricordare («labbra e pelle ricordano»), vogliono trattenere calore e forma dei corpi amati. Appartengono a chi ha dimestichezza con le voci dei morti giovani, il tremore dei ricordi, la luce del mare di mattina, le date dei calendari, le camere in affitto, le candele accese. Appartengono a chi sa toccare e essere toccato – «il sesso come legge», direbbe Jean-Luc Nancy: questo imperativo, spesso cieco, a baciare labbra, occhi, a fare l’amore, «che non mira a nessun oggetto, né grande né piccolo, né a sé né a un figlio, ma soltanto alla gioia / pena di un toccarsi». La storia che raccontano le mani nelle Poesie d’amore e della memoria di Kavafis è anche questa. Poesie d’amore e della memoria Konstantinos Kavafis A cura di Paola Maria Minucci pagine 293, euro 6,00 Newton Compton
18 August 2008 pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 22) nella sezione “Cultura”http://cerca.unita.it